Roma Pride 2014: orgogliosi e combattivi

Dopo 20 anni di Pride i diritti per le persone LGBTQI sono ancora Roma-Pride-2014-donna-lontani. Rabbia e determinazione sono ben espressi nella campagna di comunicazione per il Roma Pride 2014 che si terrà nella capitale il 7 giugno.

«Una campagna – sottolinea Andrea Maccarrone, Portavoce Roma Pride 2014 – diretta e combattiva, capace di capovolgere l’immaginario di chi ci vede impauriti o remissivi, per esprimere con orgoglio e determinazione la forza del nostro impegno per una società e un Paese migliori».

I volti che protagonisti della campagna sono quelli della comunità e di chi le è al fianco. Sono volti arrabbiati, determinati, coraggiosi Roma-Pride-2014-cartolina1che guardano diretti gli interlocutori e li chiamano a una risposta, a un impegno, a un’azione. Dietro ogni volto c’è una vita, una persona, una storia e, soprattutto, la consapevolezza che dopo 20 anni di Pride, la battaglia contro i pregiudizi è più attuale che mai e il popolo LGBTQI è ben determinato a portarla avanti, perché non è una battaglia che coinvolge tutta la società.

Guardateci bene. Guardateci il viso. Non è quello di chi chiede qualcosa, ma di chi sa cosa ci spetta di diritto. Non il viso di chi è stanco di lottare, ma quello di chi non si fermerà finché la storia non ci avrà dato ragione. Perché lo farà, di questo siamo certi. Perché la storia noi la facciamo tutti i giorni: in famiglia, a scuola, sul lavoro, in piazza. La facciamo sfidando i pregiudizi con l’intelligenza, la gioia, il coraggio. L’amore. Così sappiamo che arriverà un giorno in cui ogni diversità non sarà tollerata, ma celebrata. Ogni genere rispettato, ogni famiglia protetta, ogni individuo tutelato. E quel giorno no, non sarà solo bello poter dire “noi c’eravamo, ci siamo sempre stati”. Sarà molto di più. Sarà giusto. E sarà un vero orgoglio: il nostro”.

La novità di questa campagna è che continuerà a crescere da oggi fino al Pride. Giorno dopo giorno verranno lanciati nuovi volti, tutti segnati dal war painting arcobaleno, e nuove storie. Ma soprattutto da vera campagna virale, sarà in grado di coinvolgere chiunque RomaPride-composizionevorrà sposare la causa del Roma Pride. Basterà dipingersi il volto con i colori della bandiera rainbow per scattare una foto da condividere e invitare tutti a scendere in piazza il 7 giugno. In più, nei prossimi giorni sarà diffusa su Facebook un’apposita applicazione che consentirà di modificare le proprie foto direttamente dal social network aggiungendo i segni del war painting arcobaleno, oltre al logo e allo slogan “Ci vediamo fuori”. Una campagna tutta da condividere per essere davvero in tanti là fuori a sfidare insieme i pregiudizi. Ancora una volta, come da vent’anni a questa parte. A viso aperto.

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito del Roma Pride 2014.

 

 

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LGBT: una petizione per il matrimonio egualitario

Negli ultimi anni la questione dei matrimoni omosessuali è stata al centro di un intenso dibattito. L’Europa è stata palcoscenico di un’evoluzione orientata all’eguaglianza delle coppie di fatto e di quelle sposate.

Dieci anni fa i Paesi Bassi furono la prima Nazione al mondo a riconoscere l’uguaglianza agli omosessuali, approvando loro il loro diritto a sposarsi.

Nel 1989 la Danimarca è stato uno dei primo Paesi ad autorizzare “registreret partnerskab”, ovvero le unioni civili tra persone dello stesso sesso, nel 2012 tale legge è stata abrogata perché è stato esteso il matrimonio anche alle persone omosessuali.

Ben ultima resta purtroppo l’Italia dove appare ancora fantascienza l’approvazione di una legge per le unioni civili delle coppie omosex, dopo il fallimento dei Dico e la vita brevissima della proposta Brunetta
e Rotondi subito archiviata per non irritare la Chiesa.

Giuseppe FiamingoGiuseppe Fiamingo, vuole sensibilizzare proprio l’Italia al problema del matrimonio egualitario ed ha avviato una petizione per raccogliere consensi e portare avanti la sua campagna verso il cambiamento. Per comprendere meglio i motivi del suo impegno, gli abbiamo rivolto alcune domande.

D. Chi è Giuseppe Fiamingo?
R. Sono un siciliano di Catania; risiedo continuativamente a Bruxelles dal 1984. Sono un economista e ho lavorato alla Commissione europea. Sono sposato con un’ostetrica belga ed abbiamo due figli che frequentano l’università. Sono molto sensibile ai diritti umani e cerco di battermi per eliminare le ingiustizie, soprattutto quelle che vedo nel mio Paese, riguardo alle quali credo di avere un maggior diritto di lottare, essendo un cittadino italiano.

D. Perché questa iniziativa?
R. Quando sono venuto a conoscenza della sentenza della Corte di Cassazione N°4184 del 2012, ho capito che anche in Italia era giuridicamente possibile avere la parità dei diritti tra coppie sposate civilmente e coppie omosessuali, che avrebbero potuto accedere al matrimonio, in quanto la sentenza sprona il legislatore a legiferare sulla materia, perché considera superata la diversità di sesso tra le persone che contraggono il matrimonio.

D. Perché è utile firmare questa petizione?
R. Ritengo che la “cultura della petizione”, in quanto democrazia dal basso, possa essere un ottimo strumento per richiamare l’attenzione dei cittadini su tematiche meritevoli di considerazione e, in conseguenza del numero di firme raccolte, capace di attrarre l’interesse dei politici sulla questione.

D. Pensi che in Italia si possa arrivare al matrimonio civile per le coppie omosessuali?
R.Tanti paesi europei, come Olanda, Belgio, Spagna, Svezia, Portogallo, Regno Unito, Francia, Islanda e Norvegia hanno già approvato una legislazione sui matrimoni omosessuali e non vedo perché le coppie omosessuali italiane debbano essere discriminate nei loro diritti (come l’alloggio, l’eredità, l’assistenza sanitaria del partner e la presenza del partner nelle strutture ospedaliere, la reversibilità della pensione al coniuge sopravvissuto) rispetto alle coppie etero.

D. I partiti hanno spesso parlato di preferire il Pacs, un’alternativa al matrimonio,tu cosa ne pensi?
R. Finora i partiti hanno appunto soltanto “parlato” e fatto finta di dare ascolto alle legittime richieste delle associazioni LGBTQ ed i cassetti del Parlamento sono pieni di progetti per le unioni civili (che si 2013-02-coppia-gay3chiamino PACS, DICO, CUS) finiti, per motivi diversi, nel dimenticatoio.
Il progetto di DDL presentato a dicembre in Senato sulle Unioni civili (per le coppie omosessuali ed ispirato dall’istituto legislativo tedesco) prevede però meno diritti rispetto al matrimonio civile riguardo a: cittadinanza -naturalizzazione del partner e ricongiungimento col partner-, permesso di immigrazione per il partner, nulla sulle decisioni sul fine vita, poco sulle adozioni, salvo la “stepchild adoption”, in base alla quale il genitore non biologico può adottare il figlio biologico del partner, concepito prima o dopo l’unione o adottato.

D. Cosa ne pensi del modello tedesco per legalizzare le coppie omosessuali?
R. Il modello tedesco é il modello a cui si ispira il DDL italiano per le unioni civili, ma, come evidenziato prima, lascia sussistere meno diritti per le coppie che ricorrono a questo istituto rispetto alle coppie sposate e visto che la Cassazione ha stabilito che anche in Italia potremo avere il matrimonio per le coppie omosessuali, non vedo perché non cogliere questa opportunità e chiedere il massimo dei diritti ottenibili!

D. Dopo questa petizione pensi ci potrà essere un’apertura?
R. Spero che questa petizione, se ripresa dai vari MEDIA, che mi appaiono sempre più pilotati riguardo alle materie da trattare, possa contribuire a fare cambiare la mentalità e far capire che il principio della parità dei diritti é basilare ed universale, e che deve essere applicato a tutti i cittadini.

 D. A tuo parere, quali sono i pro e i contro della legge?
R. Francamente, alla luce dei diritti, ci vedo solo vantaggi. Se qualcuno non vuole sposarsi per principio, sarà comunque opportuno che esista l’istituto più “leggero”, quanto ai diritti, delle unioni civili.

D. In Italia si vive ancora molta discriminazione, non sarebbe meglio se prima venisse approvata una legge chiara contro l’omofobia per tutelare le coppie gay anche nell’ambiente di lavoro?
R. In Italia non esiste ancora una legge che penalizzi il reato di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e transessuali gay-couplee che preveda aggravanti riguardo all’istigazione all’odio ed alla violenza omofoba e transfobica e credo che una tale legge sia necessaria. Credo anche che le campagne di sensibilizzazione contro l’omofobia e la transfobia possano essere condotte benissimo in parallelo alla battaglia per il matrimonio omosessuale. “

D. Cosa farete dopo questa petizione, quali sono i progetti futuri?
R. Intanto vogliamo arrivare con l’aiuto dei media a 10.000 adesioni per questa petizione sul matrimonio omosex e quindi ringraziamo anche voi, che dopo radio Siani, ospitate la nostra iniziativa.
Personalmente sono molto scioccato dalla non applicazione di una  legge della Repubblica, la 194 sull’aborto, a causa dell’altissima percentuale di medici obiettori (quasi l’80% in molte regioni), infatti la sanità è gestita a livello regionale e ho notato ma che sono state promosse su Change.org petizioni a secondo delle regioni.

D. Dopo il matrimonio per le coppie omosessuali credi si potrà parlare di adozione? Legalizzazione dei figli all’interno del matrimonio?
R. Mi sembrano dei diritti conseguenti all’istituto del matrimonio, anche se probabilmente per l’adozione bisognerà legiferare ad hoc.

D. Qual è un buon motivo per aderire alla vostra proposta e firmare la petizione?
R. Anche se sei eterosessuale devi essere cosciente che i tuoi diritti non verranno minimamente scalfiti dal matrimonio omosex; è quindi opportuno che firmi anche tu!
Credo poi che bisogna mettere fine alla vergognosa discriminazione in base alla quale solo per i parlamentari (cioè proprio coloro che avrebbero dovuto legiferare in materia) e per i giornalisti è previsto che i loro partner (di qualunque sesso) possano avere accesso all’assistenza sanitaria, e per i soli Parlamentari è possibile lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità.

Ringraziamo Giuseppe per la sua collaborazione e vi invitiamo a dare il vostro contributo per la raccolta delle firme, ed agevolare la parità dei diritti e l’uguaglianza per tutte le coppie, anche in Italia.

E quindi, forza, firmate e diffondete la petizione.
Tobias Pellicciari e Marinella Zetti

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Stop al bullismo, riparte “Bulli e pupe”

Si chiama Bulli e pupe, ragazzi che faticano a crescere, é il nuovo progetto di intervento nelle scuole del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli che, in collaborazione con la ASL Roma, e con il contributo del’Assessorato Formazione, Ricerca, Scuola e Università della Regione Lazio, intende prevenire e Massimo-Farinellacontrastare ogni forma di bullismo, in particolare il cyberbullismo, e il bullismo omofobico e transfobico. Il progetto prevede incontri informativi e formativi rivolti a studenti, docenti, personale scolastico e famiglie.
Per saperne di più, abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Farinella, responsabile servizi del Mario Mieli.

D. Quando e dove inizieranno i corsi?
R. Il progetto è partito questa settimana, al momento in tre Istituti Superiori di secondo grado di Roma, in alcuni di questi in collaborazione con la ASL RM/E consultori.

D. Avete dati aggiornati sul bullismo nelle scuole romane?
R. Non abbiamo dati scientifici. Riceviamo segnalazioni tramite la nostra RainbowLine 800110611, oppure direttamente dalle Scuole dove svolgiamo iniziative o progetti. Nel 2009 abbiamo condotto ragazza-bullismouna ricerca su circa 1000 studenti dove emergeva che la violenza, la discriminazione, il bullismo colpiscono i ragazzi e le ragazze “diversi/e”: per etnia, perché gay o lesbiche, perché più timidi, oppure per una diversità fisica come, ad esempio, essere grassi.

D. Il vostro intervento punta a combattere tutto il bullismo, come  pensate di intervenire concretamente: corsi separati tra docenti, studenti e genitori o corsi omnicomprensivi?
R. Il progetto è articolato su azioni di prevenzione e azioni di contrasto.
Le azioni di prevenzione prevedono interventi formativi e seminari in classe, solo con gli studenti. Poi ci saranno incontri informativi con docenti, personale non docente, infine giornate di formazione con i docenti.
Le azioni di contrasto prevedono invece anche dei momenti comuni, ad esempio un Osservatorio gestito da studenti e docenti, Cyberbullismouno sportello di ascolto gestito da noi dove si possono rivolgere gli studenti vittime e bulli, anche con le loro famiglie e i loro docenti, per affrontare le situazioni più gravi e complesse.
Inoltre ci sarà un laboratorio specifico sul cyberbullismo dove studenti e docenti lavoreranno insieme per produrre materiale informativo e di contrasto al fenomeno.

D. Il progetto prevede l’intervento per un anno, non vi sembra poco per combattere un problema così grave e complesso?
R. Sì, un anno può essere poco, ma dipende da cosa viene realizzato. Il progetto non ha interventi spot (interventi che rimangono ad un livello superficiale) ma consente di seguire la scuola, i ragazzi e le ragazze per tutto l’anno e quindi si ha la possibilità di intervenire anche culturalmente. Certamente non si elimina il fenomeno, ma i vari interventi possono davvero arginare determinate situazioni, e bullismo1far apprendere strumenti utili a tutti gli attori coinvolti.
Inoltre, la durata è vincolata al Bando. Ricordo che questo è un progetto che ha vinto una gara pubblica, e  viene realizzato grazie al contributo della Regione Lazio- Assessorato alla Formazione, ricerca Università, e per una parte cofinanziato dalla nostra associazione. In ogni caso continueremo anche dopo la conclusione del progetto a proporre iniziative e azioni contro il bullismo, come Circolo Mario Mieli ,infatti, siamo impegnati già da diversi anni su questo tema.
M.Z.

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LGBTQI: 4 arresti a San Pietroburgo

Mentre a Sochi si aprono le Olimpiadi Invernali, a San Pietroburgo vengono arrestati 4 attivisti lgbtqi. Tra loro ci sono una donna incinta e Anastasia Smirnova, una delle leader più attive del sochi-lgbtgruppo LGBT Network.

La notizia è arrivata al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli direttamente da una delle attiviste russe di Lgbt Network e per questo non è stata ancora diffusa dalle agenzie di stampa internazionali. Come si può immaginare la censura in Russia è molto vigile e le agenzie sono controllate.

Gli attivisti sono stati arrestati mentre si stavano facendo fotografare con uno striscione che riportava la seguente frase: “La discriminazione è incompatibile con il Movimento Olimpico. Articolo n. 6 della Carta Olimpica”, in contemporanea con centinaia di simili iniziative che si stanno tenendo in tutto il mondo a difesa e tutela dei diritti della comunità lgbt russa.

Sochi-2014«Un fatto gravissimo, – ha sottolineato Andrea Maccarrone, Presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli – che come temevamo, colpisce la libertà di espressione degli attivisti per i diritti umani russi, in palese violazione di tutti i trattati internazionali e degli stessi impegni assunti da Vladimir Putin rispetto ai Giochi Olimpici invernali di Sochi».

«La comunità internazionale non può accettare che queste violazioni cadano sotto silenzio mentre si fa finta di celebrare l’apertura delle Olimpiadi. – ha aggiunto Maccarrone – Il presidente Letta, già in Russia, deve pronunciare parole chiare e attivarsi per l’immediato rilascio degli attivisti, rifiutandosi altrimenti di presenziare alle celebrazioni. Se così non fosse, la sua presenza a Sochi sarebbe un vero insulto e i suoi impegni di qualche giorno fa suonerebbero vuoti di senso e privi di reale contenuto politico, perché è chiaro ormai a tutti che in Russia gay, lesbiche e trans sono discriminati, vessati e a rischio di aggressioni verbali e fisiche che spesso sfociano in veri e propri atti di violenza gratuita, una situazione inaccettabile e che non può e non deve essere condivisa in alcun modo».
La redazione

 

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Omo e transfobia si combattono a scuola

Stonewall, l’associazione di Siracusa ha legato il proprio nome ai moti avvenuti nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969 nel bar gay Stonewall Inn al Greenwich Village di New York. Una data che è considerata la nascita del movimento di liberazione Lgbtq e che per questo è stata scelta quale giornata mondiale dell’orgoglio o gay pride.
FotoNata nell’ottobre del 2008, l’associazione siciliana opera contro le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e di genere, cercando di rimuovere tutti gli ostacoli di ordine socio-culturale che da sempre limitano la libertà di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.
Tra le attività vi sono gruppi condotti da psicologi, spazio di condivisione e confronto per genitori con figlie e figli Lgbt, rassegna cinematografica queer, interventi di informazione e prevenzione su omosessualità e bullismo omo e transfobico rivolti ad alunni e docenti di scuole medie inferiori e superiori.

Sul sito dell’associazione, oltre alle informazioni sulle diverse attività, è possibile scaricare molto materiale, quale, ad esempio Orientarsi nella diversità, un manuale che accompagna e sostiene i docenti a costruire un ambiente scolastico accogliente per i gay, lesbiche e bisessuali.

Gli interventi nelle scuole
Tutto inizia con il progetto Adolescenti e identità glbt scuola, famiglie e società- Quale ruolo?, sviluppato nel periodo compreso tra il 2008 e il 2010 da Stonewall in concerto con altre realtà del territorio aretuseo. Tale ricerca è stata condotta all’interno di dieci istituti di scuola media superiore della provincia di Siracusa con il coinvolgimento di 737 studenti e 25 docenti. Obiettivo principale era quello di indagare, all’interno del mondo scolastico, il grado di conoscenze e percezioni relative alle diversità sessuali e di analizzare il livello di omofobia e transfobia presente sia nel corpo docente che negli alunni.

63964_10200640323521282_1016037045_n«I risultati ottenuti – spiega Tiziana Biondi, presidente di Stonewall – hanno evidenziato, in maniera netta, un contesto scolastico permeato di omo/transfobia e, in generale, di atteggiamenti discriminatori nei confronti di tutti coloro che hanno un diverso orientamento sessuale (omosessuali e bisessuali) o una diversa identità di genere (transessuali)».
«E quel che è peggio, – continua la presidente – non erano solo gli alunni, bensì anche i docenti a nutrire tutta una serie di preconcetti sulla tematica lgbt, con il rischio di avallare, con il loro atteggiamento, episodi di discriminazione e di violenza nei confronti di studenti “diversi”».

«I dati della ricerca – precisa Biondi – confermano, in sostanza, l’attuale quadro dello stato delle identità lgbt: nelle scuole siracusane, come nel resto dell’Italia, gay lesbiche bisessuali e transessuali sono spesso fatti oggetto di pregiudizi e di episodi di discriminazione, con pesanti ricadute negative in termini di salute psico-fisica, soprattutto quando a farne le spese sono i più giovani».

Da allora l’associazione non si è mai fermata. Seppur con grande difficoltà, vista la riluttanza mostrata dalla gran parte dei dirigenti scolastici, lo staff ,composto da almeno una psicologa e due operatori formati, è intervenuto in almeno in 80 classi e in 5 assemblee di istituto.

«Durante i nostri interventi – racconta Biondi – noi puntiamo principalmente a creare un clima di ascolto e comunicazione che faciliti la relazione all’interno del gruppo; 1510782_678486685536224_2053651493_nacquisire una maggiore consapevolezza delle proprie emozioni legate alla paura del diverso; attivare processi di riflessione critica su stereotipi e preconcetti sulle identità lgbt; informare e sensibilizzare sul tema delle cosiddette “diversità” sessuali; ridurre la discriminazione aiutando gli insegnanti e gli operatori che lavorano nei diversi ambiti socio-sanitari ad affrontare in modo professionale le suddette problematiche.

Tutto ciò non viene fatto attraverso lezioni frontali, ma cercando di coinvolgere tutti i ragazzi, con processi comunicativi e psicologici, basati sulla relazione e l’interazione tra gli appartenenti al gruppo. Le nostre parole chiave sono: coinvolgimento, confronto, discussione critica».

Le reazioni di allievi e docenti
Gli allievi rispondono in modo molto attivo e consapevole.
«I ragazzi sono quelli che ci sorprendono sempre positivamente, – sottolinea Tiziana Biondi – hanno una gran voglia di confrontarsi, di conoscere e sapere. Sono pronti a riconoscere e a lavorare su eventuali loro “limiti” e/o “pregiudizi”. Ci dicono che ci vorrebbero più interventi del genere e che, secondo loro, la scuola non è per niente preparata ad affrontare questi temi. Vorrebbero che si attivassero dei corsi anche per i docenti. La bullismo-stop-omofobia-andrea-morto-roma-suicidio-gay-stonewall-glbt-siracusacorretta informazione e formazione sono importanti e fondamentali soprattutto per prevenire episodi di omofobia e bullismo omofobo».

Mentre il corpo docente appare decisamente poco preparato.
«Tranne qualche caso che noi definiamo “illuminato”, abbiamo trovato il corpo docente parecchio imbarazzato e diffidente, per non parlare di docenti che infarciscono i loro allievi con informazioni distorte e pericolose. Non vogliamo fare di tutta l’erba un fascio, ma pensiamo che, per prevenire e intervenire efficacemente sul bullismo omo/transfobico, il Ministero dovrebbe organizzare degli appositi e adeguati corsi di aggiornamento su: educazione sessuale, bullismo e bullismi omo e transfobico, nonché su come affrontare il tema dell’omosessualità, dell’omoaffettività e della transessualità».

L’opportunità di parlare liberamente e senza sensi di colpa ha sollecitato numerosi racconti.
«In alcuni casi dopo, in altri durante gli incontri, alcuni ragazzi hanno denunciato atteggiamenti omofobi all’interno della scuola. E quel che è grave è che, nonostante avessero denunciato la cosa a scuola, nulla si era poi mosso per arginare il “problema”. Qualcuno ci ha anche detto che durante l’ora di religione e non solo, purtroppo, i docenti si erano espressi su questi argomenti in maniera alquanto discutibile e offensiva».

Gli incontri nelle scuole sono sempre più percepiti come una forte necessità, infatti sono i rappresentanti di istituto o delle associazioni studentesche a chiedere l’intervento di Stonewall e a stabilire il contatto con i dirigenti scolastici.
Marinella Zetti

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A Porpora Marcasciano e al Movimento LGBTQI

Nei giorni scorsi, su un post di Facebook, ho letto la posizione cui è giunta una delle figure storiche del Movimento LGBTQI italiano, Porpora Marcasciano. L’attuale presidente del MIT (Movimento Identità Transessuale) ha raccolto le sue osservazioni sullo Stato dell’Arte del Movimento in un testo dal titolo “Esistiamo… assistiamo“.

rainbow-bloodVi si allineano pensieri e considerazioni che condivido nella pressoché loro totalità, ma proprio per questo non posso evitare di offrire il mio contributo al pensiero di Porpora.

Sono spinta a farlo dalle differenze che caratterizzano il suo percorso politico dal mio percorso intellettuale, differenze che non hanno distinzioni di maggiore o minore impegno sociale, ma che si identificano solo in una maggiore visibilità, la sua, rispetto a un engagement meno manifestato, il mio.

Così per chi mi conosce e mi ha frequentata non è una sorpresa leggere che le posizioni assunte oggi da Porpora ricalcano le mie, quelle alle quali io sono giunta ormai da diversi anni.
Posizioni difficili e lontane dal facile consenso, perché si oppongono alle consuetudini politiche e filosofiche che il Movimento ha percorso in questo ultimo ventennio.

Io sono una Persona che a 14 anni si è suicidata perché “diversa” anche se poi è sopravvissuta per caso.

Da questa esperienza si è dipanata poi tutta la mia vita successiva e non è un caso che oggi io mi addolori ma parimenti sia imbestialita da tutti coloro che ancora sono costretti a percorrere la via del suicidio.

La situazione italiana per una persona “diversa” oggi non è quella in cui crescevamo noi, negli anni Settanta. Oggi basta avere una connessione internet per scoprire che la propria situazione è condivisa da migliaia (milioni?) di persone in tutto il mondo, che a pochi metri da casa nostra c’è un “diverso” con il quale possiamo condividere la nostra paura, la nostra disperazione, e annientare la prima ragione di suicidio: la solitudine esistenziale della nostra condizione.

Eppure… eppure le Persone LGBTQI (ma NONSOLO) continuano a sopprimere se stesse. Ci passano accanto come ombre, entrano nelle associazioni (quelle che un tempo non erano neppure immaginabili), ascoltano i dibattiti che si tengono durante i Pride e da quelle manifestazioni sfilano via in silenzio verso quella decisione ferale che non consentirà loro altro che il nulla.

Porpora evidenzia gli errori in buona fede di quanti in questi anni hanno portato avanti le richieste, le necessità delle persone LGBTQI italiane in un’analisi preziosa per la sua onestà, ma… poi conclude:

«Non ho ricette ne pretendo di averle, non penso che la mia sia l’unica ragione ne tantomeno pretendo di averla …..ma credo e ne sono sicura, che sulle questioni qui poste, forse in maniera confusa, non abbiamo mai avuto il coraggio di confrontarci, anche quando il mondo e la storia ce lo chiedeva. Qualera il problema? Litigare, scazzarsi? e allora???? Lo abbiamo comunque fatto, dividendoci e frammentandoci e non chiarendo, evidentemente abbiamo perso (tra le tante) la capacità e la volontà del confronto. E intanto ci accingiamo al “prossimo” incontro di movimento. »

Neanch’io pretendo di avere ricette miracolose, e apprezzo quando Porpora scrive: «non abbiamo mai avuto il coraggio di confrontarci».

Ecco, quello che io oggi vorrei avere – con lei e con quante/i hanno ancora voglia di “fare” – è un confronto, una proposta a considerare con un nuovo punto di partenza le questioni inerenti al Diritto della Persona.

Ho chiarito con me stessa, grazie al contributo di amici ed amiche, la strada che abbiamo percorso, una strada che per gli eventi citati da Porpora si è trasformata prima in tratturo e poi in viottolo, per proseguire in un sentiero tortuoso nel labirinto di questi ultimi anni. Ho preso quindi una posizione nella quale di nuovo sono costretta a patire una condizione di solitudine, ma che per fortuna l’età raggiunta e la compagna con cui vivo mi consentono di sostenere.

Io sono convinta che il nostro errore, di noi Persone LGBTQI, è stato quello di permettere a noi stesse e a coloro che del Movimento non facevano parte [in quanto etero, velate, contrari o… anche omo-transfobici] di farci attaccare un cartello sulla schiena. Nelle barzellette delle elementari il bambino ha appeso un cartello con la scritta “somaro”, sulla nostra c’è scritto “LGBTQI”.

Anni fa, quando nella nostra libreria ospitammo le assemblee perla realizzazione del Pride 2010 di Roma, mi trovai a discutere con alcuni appartenenti ad associazioni sulla mia personale sensazione: il timore che questi luoghi, creati per offrire solidarietà e accoglienza, si trasformassero in ghetti.

E la mia non era una sensazione dettata da un’analisi superficiale di questi luoghi, anzi… di molti apprezzavo ed apprezzo l’impegno che tante persone vi hanno profuso e tuttora vi dedicano.

La mia compagna ha lavorato per anni in un’associazione, quella fondata da Stefano Marcoaldi per le persone colpite da sieropositività, e ho visto e vissuto il senso del fare in volontariato. Quindi nessuna critica a quelle associazioni che ogni giorno, spesso misconosciute, porgono aiuto.

E allora?

Io sono contraria alle sette, ai gruppi chiusi, a quei luoghi che riuniscono persone categorizzate. Tu sei un nero, quindi devi vivere in quel preciso quartiere della città. E anche quando la decisione viene presa dalle persone stesse che si riuniscono in questi luoghi perché si sentono “diverse”, e vi cercano ascolto protezione supporto, io faccio molta fatica a considerarla una “buona pratica”. Anzi, il contrario.

Così con il tempo ho capito che non mi piaceva portare sulla schiena la sigla LGBTQI, e non solo nella sua globalità, bensì per ogni sua lettera.

Nell’ultimo anno ho trascorso molto tempo a ragionare con le persone che mi sono vicine di “categorie” e di “sessualità binaria”. Un ragionare che ha ampliato e rafforzato i miei precedenti punti di arrivo.

In poche parole già definire una persona transessuale, omosessuale, gay, lesbica, bisessuale, intersessuale, è un atto parziale. L’orientamento sessuale di una persona è senz’altro importante, molto importante, ma non ci dà il senso totale di una persona, solo un aspetto particolare del suo essere.

E allora perché questa passione per le categorie? Perché indossare un cappello che ci definisca al mondo? Ne abbiamo davvero bisogno?

Altro punto, di cui discutevo diversi mesi fa con Giovanni dell’Orto via Web: a lui non piaceva, non trovava “politicamente corretto” il nome che noi abbiamo dato al nostro giornale online (Pianeta Queer) per la Storia passata del termine Queer, per quello che la gente collega a quel vocabolo. Quella sua obiezione mi ha aiutata a un ulteriore passo: siamo noi costretti a dipendere dalla Storia che ci ha preceduti o possiamo, in quanto esseri liberi, usare un termine secondo un significato che per noi è l’attuale, quello che noi gli attribuiamo, avanzando nella Storia?

La stessa cosa mi è capitata qualche mese fa parlando con Mirella Izzo dell’origine del termine Persona, che secondo la sua opinione non era un bel vocabolo visto che il suo significato etimologico, e quindi in origine, era quello di “maschera”.

Solo due esempi.

Eppure entrambi ci dimostrano la difficoltà della comunicazione, gli orpelli che la complicano al di là della difficoltà già insita in essa.

E perché dovrebbe essere più semplice per vocaboli come “gay” o “transessuale”?, e poi, vi chiedo, esiste un solo tipo di gay? Quando una persona viene definita gay ha determinate caratteristiche fisiche e/o psichiche che immediatamente la definiscono in modo univoco? Oppure si tratta di una generalizzazione superficiale? Difatti poi assistiamo a un proliferare di sottodefinizioni, di sottocategorie delle principali – le lesbiche che sono o buch o lipstick

Da questo ragionamento consegue che ogni categoria, che poi contribuisce alla composizione, di LGBTQI è -secondo me- una generalizzazione, ma poi, peggio, una gabbia.

E questa è la prima difficoltà.

Se poi consideriamo che ogni “categoria” (le lesbiche, i gay, i/le bisex, i/le trans, queer e intersex) si sfaccetta in migliaia di diversi modi di essere, e quindi in problematiche differenti, appare evidente quanto sia difficile unirli sotto un solo acronimo… E se a questo aggiungiamo che accanto a problematiche comuni per tutte le persone LGBTQI ve ne sono molteplici che ineriscono a una sola categoria, o solo a parte di essa… Comprendiamo le difficoltà di questo Movimento.

Un esempio per tutti: quando in piena tragedia da AIDS si andava nei locali frequentati da lesbiche a spiegare la corretta prassi per la protezione, con arroganza le giovani lesbiche rispondevano: noi siamo donne, a noi non interessa.

Così poi certi gay (adulti… sic, e molto attivi nell’associazionismo… sic) sono venuti a sconsigliare me, donna lesbica, dal fare battaglie per le Persone Transessuali; e per evitare dolore a dolore, non scendo nei particolari di quella gentile raccomandazione.

Negli anni in cui ho tentato di avvicinarmi al cosiddetto Movimento ho dovuto rendermi conto, purtroppo, che troppi strumentalizzavano la loro posizione in associazioni e nelle assemblee del Movimento LGBTQI per raccogliere consenso personale e per entrare poi nella cerchia dell’agone politico grazie a quel seguito raccolto. Ho, purtroppo, avuto conferma negli anni in cui, nel centro culturale che avevamo allestito nella nostra libreria, raccoglievamo le disperazioni e le solitudini di tante persone lesbiche, gay e trans che arrivavano da noi deluse/i da questa o quella associazione.


Oggi, anche se mi sento un po’ un novello Donchisciotte, io continuo a sostenere la mia idea: quella di mettere da parte definizioni e Movimenti, la storia avanza e non possiamo camminare con il collo torto all’indietro. Per di più la situazione antropologica e sociale di questo Paese (ma non solo) si è profondamente modificata negli ultimi 15 anni e occorre un drastico cambiamento, un mutamento radicale.

Il raggio del faro deve concentrarsi sulla Persona. Sul suo Diritto.

Le persone Lesbiche e Gay hanno un Diritto, come lo hanno tutti gli altri, un Diritto che al suo interno contempla la libertà sessuale e la scelta di un/a compagno/a per chiunque.

Le persone Transgender (come preferisco nominare le persone Transessuali, trovando che l’aspetto della sessualità segua quello del genere e non viceversa… sic) hanno un Diritto, come tutti, un Diritto che al suo interno prevede per l’essere umano il perfetto raggiungimento tra il genere percepito e quello in atto, al di là della nascita biologica. Un raggiungimento che non deve necessariamente passare per un intervento, vari interventi chirurgici, per ottenere il beneplacito di uno Stato.

E lo stesso per persone Intersessuali e Bisessuali.

Io sono ormai abituata a definirmi una Persona.

Basta, non mi occorre altro per scendere in piazza.

È questo salto culturale che noi dobbiamo fare nostro.

Perché poi se devo darti una descrizione di me, cara Porpora Marcasciano, allora ti dirò che io sono una migrante, una vecchia senza casa e senza pensione, una persona down e un prigioniero picchiato dalle forse dell’ordine, un’orfana, una carcerata, una transgender, una donna violentata, una profuga in fuga, una palestinese ma anche un’ebrea, un’atea e un’agnostica ma anche una copta in terra musulmana e una cristiana in Cina.

È questo mio Diritto di Persona che io pretendo sia rispettato, e per questo vorrei che le Associazioni italiane aderenti al Movimento LGBTQI operassero e discutessero.

Oggi, ma già ieri, perché il tempo cammina e io sto invecchiando, e mi piacerebbe riuscire a vedere l’ideale che amo diventare una lotta nonviolenta di tutti.
Flaminia

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Perché “Anatomia di un @more”?

Chi mi conosce sa che ho lavorato a questa storia da anni – quindici per la precisione.

Nel frattempo ho scritto e pubblicato anche altro, racconti e articoli, romanzi firmati con alias e brevi saggi.
E la storia, nel frattempo, prendeva forma, si sostanziava e poi si interrompeva. Ricominciava da capo trasformandosi.
Era materia viva.

E io, percependolo, lo soffrivo sulla mia pelle, come un’infinita sevizia.

Una “sevizia”, perché una sevizia?

cover-AnatomiaPerché per scrivere di “Amore” occorre per prima cosa delineare i soggetti che vivono questa condizione dell’essere. Non c’è un solo “Amore”, così come non vi è un solo “Dolore” né una sola “Felicità”. Ognuno di questi sentimenti/emozioni umani non può essere “categorizzato”, definito una volta per sempre.

Così come non può essere definito una volta per sempre il soggetto che vive un’esperienza d’Amore.
In questo romanzo non troverete una saccente definizione di Amore, buona per ogni stagione, no.

Troverete delle Persone che -al di là della loro scelta di Genere e delle loro preferenze sessuali- vivono la loro esperienza d’Amore. La mia attenzione di scrittrice si concentra su una di queste esperienze e la racconta.
Ma perché un essere umano possa vivere un Amore egli deve sapere chi è, cosa cerca nell’altro ma anche cosa gli offre, quale “io” mette in gioco relazionandosi.

Così “Anatomia di un @more” -oltre che un’analisi di questa facoltà di percepire l’Altro con emozione e desiderio- è diventato una dolorosa ricerca sul Soggetto che ama.

Un Soggetto che,  per me persona -prima ancora che scrittrice-, non poteva ridursi all’artefatta categorizzazione Maschio/Femmina.  Sappiamo, sulla nostra carne e nel nostro sangue, che la sessualità [attrice protagonista dell’esperienza d’Amore] non può ridursi a questo rigido binarismo. No.
Ma andando, oltre le mille possibilità nelle quali la sessualità può esprimersi, si arriva al Genere del Soggetto. E la domanda, che mi ha impegnata in una risposta,  era:  tra l’Amore e il Soggetto vi è una dipendenza legata al Genere?

E in fondo, ma forse era l’inizio di tutto… Esiste una, ed una sola definizione di Genere?
E quand’anche esistesse, quale sarebbe? E sarebbe sempre uguale per tutto il tempo che ci è dato vivere?
E il Soggetto che sceglie se stesso secondo un Genere, rispetto alla sessualità è libero o di nuovo è condannato a una scelta categorica secondo le rigide regole di una logica binaria?

Per quindici anni mi sono interrogata e ho provato a darmi delle risposte, mentre la vita intorno a me continuava a correre, con le sue storie tragiche e i suoi sorrisi striminziti. Così nel romanzo c’è anche l’aria che io, insieme a voi, ho respirato in questi anni. Ci sono le Persone che ho incontrato, i loro discorsi e le loro difficoltà. Perché la nostra vita è un magmatico coacervo di suoni colori profumi e noi possiamo solo tratteggiarne infinitesimali percezioni.

Poi un giorno – messa alle strette dalla mia compagna-  l’ho pubblicato. Forse è successo perché ero in preda a un momento euforico, non so…  L’ho strappato dal mio disco fisso e l’ho gettato sul Web. Pentendomene subito dopo perché le domande avevano generato altre domande cui avrei voluto cercare risposte.

Ma forse è meglio sia andata così.
A certe domande ognuno deve trovare una propria risposta.
Flaminia P. Mancinelli

Trovi Anatomia di un Amore in questo sito Web
Un Focus su Anatomia di un amore è pubblicato qui

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